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11/11/06 |
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La signora in toga con il pallino del malaffare |
Antonio Prestifilippo |
il Mattino |
La signora in toga con il pallino del malaffare
È l’alba dell’8 ottobre 2003 quando arriva la prima spallata giudiziaria che
disarticola la cosca dei Mancuso di Limbadi, una delle più potenti della
Calabria. Quella mattina scatta Dinasty, il blitz della polizia, che per la
prima volta spedisce in galera picciotti e uomini d’onore tra Vibo Valentia e
provincia. Tra le carte di quell’inchiesta spunta tuttavia anche un nome che non
fa dormire gli investigatori. Quello di Serena Patrizia Pasquin, 52 anni,
presidente di sezione del Tribunale della città, torinese ma calabrese
d’adozione avendo sposato un imprenditore di Tropea. Quel nome fa sobbalzare
dalla sedia i suoi colleghi magistrati perché chi lo pronuncia è Domenico
Mancuso nipote del boss Diego durante un colloquio intercettato nel carcere di
Pesaro. Spiega allo zio: «Per la mia misura di prevenzione stai tranquillo che
non me la daranno: Ventura (l’imprenditore Antonio Ventura, detto il «tappo»,
organico alla cosca) ha già parlato con la Pasquin e tutto si aggiusterà». Da
quel momento, gli uomini della polizia di Vibo, coordinati dalla Dda di Salerno,
cominciano un’indagine segrete che in questi tre anni ha rivoltato il palazzo di
giustizia di Vibo. Quando la Pasquin sa che il suo nome è finito nell’inchiesta
Dinasty, se la sarebbe cavata solo con un’alzata di spalle come se l’episodio
non la sfiorasse, invece, sin da allora, il giudice adotta tutte le precauzioni
per evitare di rimanere impigliata nella rete della polizia, continuando,
nonostante tutto, a mantenere con il clan Mancuso quel «consolidato, duraturo e
permanente rapporto corruttivo» e a perpetrare il «sistematico mercimonio della
funzione pubblica» realizzato «attuando in modo capillare il principio del do ut
des». Il problema è ora di capire in che cosa consistesse questo «do ut des»:
ovvero, in che modo e in qual misura i Mancuso ricambiavano i favori e la
disponibilità della Pasquin. Pare che tra i regali ci fossero anche generi
alimentari, come caffé, pesce fresco e formaggi. Sui compensi al giudice c’è
naturalmente anche un’indagine parallela che riguarda gli interessi economici
della Pasquin nel settore turistico-alberghiero della Costa degli Dei, il
litorale che da Capo Vaticano giunge a Parghelia e Tropea. Proprio su questo
settore gli artigli della ’ndrangheta sono ancora affilatissimi e non c’è
imprenditore turistico che non debba render conto di ogni euro guadagnato ai
picciotti dei Mancuso. Una situazione esplosiva, denunciata il 19 settembre
scorso dagli amministratori pubblici del comprensorio al capo della Dna Piero
Grasso. Ed è di appena due giorni fa l’ennesima intimidazione (due cartucce
caricate a pallettoni avvolte in due ritagli di giornale fatte trovare nella
buca delle lettere) al sindaco di Parghelia Vincenzo Calzone, dei Ds. Quando
salta fuori il suo nome, il giudice Pasquin evita di usare le proprie utenze
telefoniche. Per parlare con gli avvocati e gli uomini del clan utilizza invece
i telefonini della sua colf. Ma la polizia raccoglie comunque circa centomila
intercettazioni ambientali e telefoniche che non lascerebbero dubbi
sull’integrità morale di questa signora che nel 1994 resse per sette mesi la
procura di Vibo.
Antonio Prestifilippo, sabato 11 novembre 2006, il
Mattino