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12/11/06 |
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“La giudice” sul libro paga del clan Mancuso |
Rita Di Giovacchino |
Il Messaggero |
Per i boss era la "cinghiala". Bloccati i lavori di un gande insediamento turistico: suo figlio il prestanome
"La giudice" sul libro paga del clan Mancuso
Inchiesta di Vibo, La Pasquin risponde ai pm. I suoi legali: «Una vicenda seria»
Per ora sono soltanto due pilastri di
cemento che affacciano tra le spiagge bianche di Tropea e gli scogli di
Parghelia. Ma se il presidente di sezione Patrizia Pasquin non si fosse fatta
intrappolare, proprio qui sarebbe sorto il Melograno, mega villaggio turistico
da 250 posti letto. Invece ieri mattina i vigili hanno messo i sigilli. Un
primo passo verso il recupero della legalità, parola che non sembra avere più
senso a Vibo e dintorni, dove da venerdì non c’è più nessuno che dorme
tranquillo. Dai magistrati del Tribunale, ai grandi avvocati, architetti,
assessori e primi cittadini di questi paesini stretti nella tagliola del clan
Mancuso. Così, nelle stesse ore del sequestro, a Salerno i magistrati
passavano ai raggi X i rapporti tra la giudice e gli uomini del clan più
potente della zona. Patrizia Pasquin non si è avvalsa della facoltà di non
rispondere durante le quasi nove ore in cui è durato il confronto al termine
del quale i due avvocati difensori hanno stigmatizzato che si tratta di una
vicenda «seria». Un’interrogatorio di cui nulla si sa, se non che sono stati
sequestrati agende e computer nelle sue tre case. Tre case sì, frutto di un
ingiustificato arricchimento. La bellissima villa, appartenuta a Marisa Del
Frate, dove sono state girate scene del film televisivo “Gente di Mare”, dov’è
stata arrestata venerdì notte. L’attico di via Libertà, a Tropea, dove ha
lasciato marito e figli. L’appartamento studio nel centro di Vibo, lo stesso
dove abita anche l’avvocato Michele Accorinti, noto penalista della zona che
per facilitare i suoi assistiti avrebbe scritto perfino la motivazione delle
sentenze che lei firmava.
Dalle carte emerge l’immagine di una donna avida e spregiudicata. La
Cinghiala, come la definiva Diego Mancuso nelle sue conversazioni telefoniche.
Una che «mangia troppo», diceva il Tappo, alias Antonio Ventura, uomo del clan
che si era rivolta a lei per risolvere la questione di un sequestro di beni.
Lui e la moglie le avevano promesso «una bella busta», nell’attesa
provvedevano alla spesa della famiglia: salsicce e wurstel, lattine di coca
Cola e formaggio, perfino la pasta. A Patrizia piacevano penne e farfalle. A
dare la lista era la domestica, finita in carcere per aver messo a
disposizione il cellulare. «La casa gli abbiamo arredata a quella p...», si
lamentava Pierina Penna, moglie del Tappo. Ma chi era davvero la giudice?
Nella stanza al primo piano del Comune il sindaco di Parghelia Vincenzo
Calzona, ds, architetto, quattro attentati negli ultimi due anni, se ne sta
seduto dietro il tavolo con l’aria smarrita. Beve caffè e fuma: «Che ero
indagato l’ho scoperto stamattina leggendo i giornali. Proprio io che a stare
qui ci rimetto: i magistrati possono controllare il conto in banca. Profondo
rosso da quando non ho tempo da dedicare al mio lavoro». Il sindaco Calzona
non crede che la bomba che gli hanno piazzato in macchina a giugno, giorno
della festa di San Francesco, sia legata al Melograno Village. «La possono
aver messa tutti quella bomba a Parghelia». Ride, ma è proprio in questa
stanza che Patrizia Pasquin ha giocato la sua partita più difficile. Socia
occulta, ma non tanto visto che il prestanome della società è il figlio
Alessandro Tassone. Racconta il sindaco: «Voleva a tutti i costi che
scavalcando il Consiglio comunale le venisse concessa l’autorizzazione alla
costruzione prima che l’opera fosse collaudata. Impossibile dico io, si può
fare dice lei. Chiedo: ma se fra due anni si trova un atto del genere, che fa,
mi indaga?». Finì che per ottenere i cinque milioni di euro della Regione fu
allegato un certificato di autorizzazione falso, costruito ad hoc dal tecnico
del comune Achille Sganga. I fondi sono stati concessi, risultano già
incassati 950 mila euro, peccato che due terzi siano finiti nelle casse del
clan Mancuso.
Dicono che l’ex presidente della Regione abbia facilitato i finanziamenti.
«Due cordiali telefonate con un magistrato che gli stessi giudici di Salerno
hanno ritenuto irrilevanti», si difende Giuseppe Chiaravalloti. Protestano
anche i due magistrati della sezione misure cautelari, Francesca Romano e
Michele Sirgiovanni: «La nostra unica colpa è lavorare in quell’ufficio». Ma a
darsi da fare per ottenere l’autorizzazione dal sindaco Calzona andava anche
Settimia Castagna, amica e socia della Pasquin. Una tosta, Settimia, operatore
turistico e gestore della Green Line. Sentite come spiega all’architetto
Francesca Tulino, altro “colletto bianco”, l’operazione in atto: «Nessuno di
noi avrebbe ottenuto questi risultati, il nostro è un lavoro di squadra. Tu
hai fatto la tua parte, Funaro (sindaco di Campana n.d.r) ha fatto la sua, gli
Sganga hanno fatto la loro. Io che sono una persona giusta non mi sento di
dire grazie a nessuno se non a tutti insieme attorno a un tavolo. Forse un
grazie alla coordinatrice». Che, naturalmente, è Patrizia Pasquin. Ma non
sempre Settimia la tratta con i guanti gialli. Quando Ventura va a lamentarsi
con lei, prende il telefono e le urla: «Guarda che mica fai un favore a me, lo
stai facendo a te stessa».
Rita Di Giovacchino
domenica 12 novembre 2006,
il Messaggero