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13/11/06 |
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«E' una congiura di palazzo» |
Mario Porqueddu |
Corriere della Sera |
Le dichiarazioni di Patrizia Pasquin al gip. L' intreccio tra affari, politica e massoneria, con le donne protagoniste
«È una congiura di palazzo»
Il giudice accusa l' altra Vibo
DAL NOSTRO INVIATO VIBO VALENTIA - A un certo punto, durante l' interrogatorio di venerdì, Patrizia Pasquin è sbottata: «Questa è una congiura contro di me, una congiura di palazzo» ha detto ai magistrati che la ascoltavano nel carcere di Salerno. Non li ha convinti. E ieri i suoi legali pensavano alle prossime mosse: «Dobbiamo valutare quando ricorrere al Tribunale del Riesame». Contro il magistrato di Vibo ci sono migliaia di intercettazioni. E il gip, che pure ha rigettato diverse richieste dei pm, parla di «gravi indizi di colpevolezza in ordine a una serie di illeciti svelati dalle indagini che hanno avuto come fulcro la Pasquin». Il grosso ruota attorno alla costruzione del villaggio Melograno, a Parghelia. Quindi al turismo e ai finanziamenti per infrastrutture nel settore. Lo stesso business al quale da anni guarda la ' ndrangheta vibonese. Capire perché non è difficile. Questa, dicono dati della Confindustria locale, è la provincia calabrese con la maggiore densità di posti letto della Regione: 30 per chilometro quadrato. Ed è la provincia italiana con il più alto numero di villaggi turistici per chilometro di costa. Qui grazie ad accordi tra soggetti pubblici e privati, i «patti territoriali», in pochi anni sono arrivati 63 milioni di euro da investire nel turismo. Poi ci sono i fondi europei. Come quelli che dovevano finanziare Infratur, un maxi-progetto per la valorizzazione della Costa degli Dei, tra Pizzo Calabro e Tropea. È storia recente. A cavallo del nuovo millennio nasce l' idea di un piano di sviluppo per quel litorale. La Provincia di Vibo dà a Francesca Tulino il compito di coordinare i lavori. Bisogna mettere d' accordo 8 Comuni, perché sono sindaci e uffici tecnici che firmano le autorizzazioni. E l' architetto Tulino chiede aiuto a Francesco «Ciccio» Mancuso. Per gli investigatori è un segnale di corto circuito, un indicatore di quanto sia invasiva la presenza della criminalità organizzata nella società vibonese. Non è più il mafioso a chiedere il pizzo, perché viene interpellato prima ancora che i lavori comincino, a mo' di «garante». La Dda di Catanzaro lo scopre per caso, indagando sull' omicidio di Raffaele Fiammingo, uomo del gruppo di Ciccio Mancuso freddato nel 2003 da un' altra articolazione della famiglia, quella capeggiata da Cosmo Mancuso. Delitto «strano», perché per poco non muore anche Ciccio. Viene infranta la regola degli «zii grandi»: mai spargere sangue Mancuso, si uccidono i soldati ma non i parenti. E quella sparatoria davanti a un panificio che entrambi i «sottoclan» volevano taglieggiare è l' inizio dei guai per la famiglia. Le divisioni li rendono vulnerabili. La polizia indaga, intercetta Tiziana Primozich, amante di Ciccio, che a lei Francesca Tulino ha chiesto di essere presentata al bossa. Ma è un' inchiesta successiva, Odessa, nei mesi scorsi, a svelare gli affari dei Mancuso. Il quadro è desolante: il clan governa il turismo in tutta la provincia. Ci sono intercettazioni dove si parla delle forniture di pomodori pelati a villaggi e residence. Sono i Mancuso, o ditte controllate da loro, a gestire i servizi di guardiania, le riparazioni agli impianti elettrici, la manutenzione delle fontane, la consegna del pesce, i parcheggi. Ogni cosa. Chi vuole commesse in grandi alberghi come il «Rocca di Tropea» o il «Garden» di Pizzo deve chiedere il «visto» ai La Rosa, ' ndrina satellite dei Mancuso. «A Vibo ci sono l' usura, le estorsioni, gli omicidi di mafia - dice il capo della mobile Rodolfo Ruperti -. Ma quello che davvero vuole fare il clan è amministrare». Turismo, mafia e affari. Gli stessi ingredienti dell' inchiesta che incastra il giudice Pasquin ma porta anche all' arresto dell' architetto Tulino. Era lei la direttrice dei lavori del Melograno Village, il progetto per il quale il magistrato avrebbe «fatto mercimonio della sua funzione pubblica», chiedendo favori e assicurandone, mettendo in piedi una rete ramificata: architetti, pubblici ufficiali, avvocati dei boss, politici locali. Perché serve tutto: in alto e in basso. Da una lite tra la Tulino e Settimia Castagna, socia della Pasquin, intercettate: «Ma tu sapessi - dice Castagna - quanto mi posso permettere io a parlare con Bruni bella mia (Ottavio Bruni è il presidente della Provincia, ndr): ho ancora gli assegni del partito, 1500, un milione e mezzo, due milioni». Contatti da rivendicare. In questo caso, sembrerebbe, persino con un' ammissione di finanziamenti illeciti. «Massoneria deviata, è quello l' ambiente in cui nasce un certo tipo di rapporti tra criminalità e società civile», sostiene l' onorevole Angela Napoli. Non è una boutade. Sono Diego e Domenico Mancuso a parlare dello zio Pantaleone, uno dei «vecchi», come di un possibile affiliato alle logge. Che in Calabria, a Catanzaro soprattutto, sono radicate. Ed è una pista già battuta dagli inquirenti quando affari chiusi da Domenico Mancuso portarono in provincia di Arezzo. Investimenti. Il sequestro di un night. E il sospetto che lo sbarco in Toscana fosse stato aiutato dai massoni. Ancora presunti «ontatti», professioni e malavita, alto e basso.
Mario Porqueddu
lunedì 13 novembre 2006,