21/11/06

 

Dietro gli affari l'ombra dei Mancuso

Marialucia Conestabile Gazzetta del Sud

 


 

Terremoto giudiziario  L'inchiesta della Distrettuale di Salerno accende i riflettori sul potente clan di Limbadi e mette in evidenza la sua forza di penetrazione

Dietro gli affari l'ombra dei Mancuso

La cosca incassa una quota di 53mila euro sui finanziamenti destinati alla Melograno Village srl


Da che parte si giri la frittata, in un modo o in un altro, si finisce sempre col parlare dei Mancuso di Limbadi.

Le varie inchieste condotte negli ultimi anni hanno posto in risalto la capacità di penetrazione della locale di Limbadi negli ambienti "che contano", sia a livello locale sia in ambiti più ampi. Nella recente operazione – tra l'altro simbolicamente denominata Dinasty 2 – rientra, a vario titolo, il nome dei Mancuso o per "grazie" ricevute o per affari che si intrecciavano a quelli di imprenditori locali e a interessi che avrebbero fatto capo al magistrato Patrizia Pasquin. Un ulteriore dimostrazione di quanto il binario delle attività della holding di Limbadi viaggiasse parallelo a quello del Vibonese, anzi fosse a esso legato a doppio filo. Nell'ultima inchiesta, sfociata nel blitz della Squadra Mobile su ordine della Procura distrettuale di Salerno, si svelano vicende legate ai Mancuso, a favori che avrebbero avuto in ambiti di misure di prevenzione e sequestro di beni, innanzitutto. Nell'ultima inchiesta si racconta però anche di come parte di un finanziamento pubblico ai Mancuso – o meglio allo zi 'Ntoni – sia finito e dell'interesse che questi avrebbe avuto nella realizzazione del Melograno Village. In questo affare avrebbe incassato – per tramite dell'imprenditore Antonino Castagna – 53mila euro, parte dei fondi (circa un milione di euro) assegnati come prima tranche al progetto Melograno Village.

Lo zi 'Ntoni altro non è che Antonio Mancuso, del '38, una delle figure carismatiche del clan che per un certo periodo avrebbe assunto il ruolo di leader all'interno della "famiglia" cercando di dirimere i contrasti sorti all'interno di essa e tra le sue ramificazioni.

Articolazioni che, di fatto, hanno spaccato un nucleo da sempre granitico e per questo a lungo impenetrabile. A determinare le fratture l'arresto di Luigi del '54 (alias Loigina), fratello di Antonio, e del nipote Giuseppe (Peppe), del '49 (alias 'mbrogghjia) – entrambi stanno scontando l'ergastolo – con la conseguente nascita di articolazioni "autonome" a capo delle quali si pongono i fratelli dei due boss. E così il gruppo che fa capo a Luigi Mancuso viene diretto dal fratello Cosmo, detto Michele, mentre gli antagonisti si riferiscono a lui come Michelina; mentre quello che fa capo a Peppe Mancuso risulta diretto dal fratello Diego, alias Mazzola.

In un certo modo in una posizione super partes si pone appunto lo zi 'Ntoni, mentre contestata è la figura di Pantaleone Mancuso, del 47, alias don Luni, fratello di Antonio, Luigi e Cosmo. Don Luni, infatti, è molto chiacchierato da entrambi i rami del clan i cui massimi esponenti ritengono che egli gestisca, per proprio tornaconto, gli affari di famiglia. Inoltre viene indicato come amico di molti imprenditori e – da come emerso nel corso dell'indagine della Dda di Catanzaro – come persona «che tramite altri parla con le forze dell'ordine» e da queste viene protetta assieme alle Logge massoniche occulte delle quali farebbe parte.

Il piatto forte di don Luni sarebbero le strategie messe in atto «per condizionare le scelte amministrative di Comuni di loro interesse» o anche «per "avvicinare" giudici al fine di "aggiustare" processi e rappresentanti delle forze dell'ordine per ottenere benefici di vario tipo». Infine avrebbe, appunto, rapporti con personaggi appartenenti a logge massoniche.

Inoltre, la Dda di Catanzaro e la squadra mobile di Vibo non solo hanno "fotografato" le dinamiche interne al clan ma ne hanno anche delineato il raggio d'azione. Così emerge che la locale di Limbadi condizionerebbe «le scelte commerciali di diversi imprenditori che sono dirottate su ditte compiacenti, appendici pseudo-legali di personaggi malavitosi»; controllerebbe «il traffico di mezzi pesanti da cantiere rubati al Nord» che poi, dopo alcuni passaggi da intermediari e compiacenti, arrivano in Calabria per essere piazzati. Altra "specialità" del clan sarebbero i tentativi di infiltrarsi «in grosse opere pubbliche, quali la neo gestione del porto di Tropea, l'ammodernamento della Sa-Rc, i lavori di metanizzazione, un costruendo porticciolo a Joppolo e diversi lavori in cemento» lungo la costa da Briatico fino a Nicotera, mentre il gruppo che fa capo a Diego Mancuso reinvesterebbe il denaro in locali pubblici e attività commerciali di Tropea.

La "famiglia"

Due articolazionie un sottogruppo: è volto più attuale del clan Mancuso di Limbadi, un tempo granitico e per questo a lungo impenetrabile, oggi meno compatto a causa di contrasti interni.

Sei le figure di peso all'interno della "famiglia" ma con alcuni distinguo. I fratelli Antonio e Pantaleone ('47) Mancuso infatti, mantengono una posizione super partes rispetto al gruppo che fa capo al loro fratello Luigi, che finisce in carcere e passa il comando al fratello Cosmo. Posizione equidistante anche per il gruppo riconducibile a Peppe Mancuso (nipote di Luigi, Antonio, Pantaleone e Cosmo) il quale quando va in carcere passa il testimone al fratello Diego.

Don Luni (Pantaleone) è la figura più contestata dal clan. Viene indicato quale amico delle forze dell'ordine e sarebbe stato in grado di "avvicinare" giudici per "aggiustare" processi.

Una parte dell'acconto per il melograno Village sarebbe finito ad Antonio Mancuso
 

 

Marialucia Conestabile

martedì 21 novembre 2006,

Gazzetta del Sud