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20/11/07 |
Moby Prince, inquietante episodio | Eduardo Meligrana |
il Quotidiano |
Parghelia. Tra le vittime
dell’incidente, avvenuto nel 1991 nel porto di Livorno, molti pargheliesi
e pizzitani
PARGHELIA - Vittima di
un'inquietante aggressione uno dei consulenti tecnici dell'avvocato Carlo
Palermo che si occupa del caso Moby Prince, il traghetto naufragato il 10
aprile del 1991 nel porto di Livorno a seguito della collisione con la
petroliera Agip Abruzzo. Nel tragico incidente, la cui inchiesta è stata
riaperta pochi mesi fa sulla base di nuovi elementi individuati proprio
dall'avvocato Palermo, morirono 140 persone, tra cui molti calabresi. Il
consulente, un livornese di 39 anni, è stato assalito da quattro persone a
Marina di Pisa mentre si recava, presso un albergo della zona, ad un
appuntamento con un importante testimone della misteriosa tragedia del
Moby Prince. Gli aggressori, secondo quanto riportato dallo stesso
consulente, lo hanno picchiato ed addormentato con una spray, chiudendolo
nella sua auto cui poi hanno dato fuoco. L'uomo, risvegliatosi, ha fatto
appena in tempo a mettersi in salvo. A seguito del grave fatto risultano
sottratti alcuni documenti relativi proprio alla collisione del traghetto.
Ricordiamo i fatti: la sera del 10 aprile del 1991, il traghetto Moby
Prince, di proprietà della Navarma, alle 22.00, molla gli ormeggi dal
porto di Livorno, destinazione Olbia. A bordo 65 marittimi e 76
passeggeri. Alle 22.25, il Moby Prince entra in collisione con la
petroliera della Snam, Agip Abruzzo, ancorata in rada a due miglia dal
porto labronico. Nell'impatto, la prua del traghetto si conficca nel tank
della petroliera, imbarcando greggio -ottantaduemila le tonnellate di
iranian light trasportate- le fiamme invadono rapidamente le imbarcazioni.
Le navi lanciano il mayday, ma nessuno sente quello della Moby Prince, per
un'ora e mezza nessuno si accorge della Moby Prince, che rimarrà alla
deriva, fin quando verrà tratto in salvo Alessio Bertrand, l'unico
sopravvissuto. In 140 muoiono arsi vivi. Tanti anni sono passati, il caso
è ufficialmente chiuso, dopo la celebrazione dei processi. Le sentenze
passate in giudicato non hanno permesso di individuare responsabilità e
colpevoli. I due procedimenti penali, l'uno per la collisione, l'altro per
la manomissione della timoneria successiva alla tragedia, si concludono
con l'assoluzione di tutti gli imputati. Circa il sabotaggio del timone,
troncone d'indagine apparentemente subordinato e che peraltro aggiunge
nuovo dolore e sconcerto, il verbale dei consulenti tecnici, saliti
sull'imbarcazione il 12 aprile 1991, recita testualmente: “a bordo del
traghetto si rinvengono segnali di mutamento dello stato dei luoghi,
inquinato, alterato e comunque modificato”. Ma cos'è successo sul Moby
Prince all'indomani della tragedia? Mentre si recuperavano ancora le
salme, qualcuno manometteva la timoneria, modificando una parte del
servomotore e sottraendo e/o alterando le dotazioni di bordo. Come ha
ricostruito Enrico Fedrighini nel suo “Moby Prince, un caso ancora
aperto”, mancano: un orologio (bloccatosi all'ora del disastro?), situato
sulla consolle della sala macchine, una motopompa, ubicata nel locale
garage e l'apparecchiatura KaMeWa, una coppia di registratori -la scatola
nera della navigazione - capaci di memorizzare l'andatura, la direzione,
la velocità del traghetto. Certa la sottrazione post factum, come ha
confermato in aula il consulente tecnico Luigi Vatteroni: «Abbiamo trovato
un potenziometro mancante, poi abbiamo trovato le cinghie e le catenelle
di trasmissione che erano scollegate». Da tale filone processuale,
celebrato di fronte al Pretore di Livorno, seppur conclusosi «nel difetto
di punibilità degli autori», emergono dure critiche e inquietanti
interrogativi, riportati nella stessa sentenza: «Perché, avuta la
confessione [della manomissione ndr], non sono iniziate le indagini ma si
è atteso mesi e che la notizia fosse divulgata dalla stampa? Perché si è
scisso questo filone processuale dal processo principale? Perché si è
concesso a uomini dell'armatore il continuo e costante accesso a bordo e
in particolare all'imputato D'Orsi, anche dopo aver assurto il ruolo di
imputato?». Nella sentenza, inoltre, si esprimono dubbi sulla possibilità
che qualcuno, rimasto sconosciuto, possa aver commesso delle diverse e
ulteriori manomissioni, mai svelate, sul traghetto della morte e possa
così, mai scoperto, aver ancor più allontanato l'accertamento dei fatti
dalla verità storica di quella disgraziatissima sera di aprile del '91. Le
famiglie delle vittime sono ancora in cerca di verità e giustizia.
All'indomani della recente riapertura del caso, Carlo Palermo auspicava di
fare luce sulla vicenda «cercheremo di farlo con dati oggettivi al termine
di un lavoro analitico sugli atti processuali che ci ha consentito di
individuare nuovi spunti d'indagine». Primo tra tutti uno scatolone con
immagini satellitari della zona della tragedia. Cinque le istantanee,
scattate da due stazioni satellitari, una spagnola ed una tedesca, che
hanno fotografato la rada livornese alle 13.17 del 9 aprile, all'1.35,
alle 6.37, alle 13.06 del 10 aprile ed alle 12.54 del giorno successivo.
«Con l'aiuto delle nuove tecnologie speriamo di individuare - continuava
Palermo - la posizione delle navi in rada e l'esatto punto di fonda della
petroliera». Altro elemento su cui poggia l'istanza di riapertura è lo
scandaglio dei fondali marini. «In questo modo - aggiungeva ancora il
legale - andremo a cercare pezzi delle due navi entrate in collisione che
potrebbero essere andati a fondo dopo l'incidente. Un'operazione di questo
tipo, del resto, finora non era stata fatta. Il recupero di questo
materiale può determinare con certezza il punto d'impatto, che è stato
solo ricostruito attraverso le testimonianze processuali, spesso
contraddittorie tra loro, ma anche a disegnare la rotta del Moby Prince in
uscita dal porto di Livorno». Tra le vittime della più grande tragedia
della marineria civile italiana, anche diversi calabresi: Francesco
Mazzitelli e Francesco Tumeo di Parghelia, Rocco Averta, Antonio Avolio,
Francesco Esposito e Giulio Timpano di Pizzo Calabro, Luciano Barbaro di
Locri, Nicodemo Baffa di Santa Sofia d'Epiro, Francesco Crupi e Antonio
Rodi di Siderno Marina, Carlo Vigliani di Taurianova.
Eduardo Meligrana,
martedì 20 novembre 2007,