|
10/04/08 |
|
Moby Prince, la storia di una tragedia italiana |
Giuseppe Cultera | Calabria Ora |
Moby Prince, la storia
di una tragedia italiana
Moby Prince, 140 vittime carbonizzate nella rada di Livorno, 140
strazianti momenti di struggenti sofferenze, il più grave incidente nella storia
della marina mercantile italiana. La più grande tragedia del mare nel nostro
Paese, uno dei tanti buchi neri della storia italiana, una sciagura ancora oggi
avvolta nel mistero più fitto e sui cui particolari non è mai stata fatta piena
luce, tanto da essere stata denominata “Ustica del mare”. Moby Prince è anche
una delle pagine più dolorose della storia della città di Pizzo. Uno degli
eventi più nefasti che ha colpito al cuore la sua tanto cara tradizione
marinara. In quel funesto 10 aprile del 1991, a bordo del traghetto della Moby
Line (ex Navarma), oltre a 78 passeggeri perirono 63 membri dell’equipaggio (un
solo sopravvissuto) tra i quali quattro figli di Pizzo, Antonio Avolio, 56 anni,
Rocco Averta, 37 anni, Francesco Antonio Esposito, 44 anni, e Giulio Timpano, 29
anni, la cui tragica e terribile fine fece precipitare nel lutto e nell’angoscia
la comunità napitina e scosse la Calabria intera che pianse altri sette figli
(Antonio Rodi, Francesco Crupi e Luciano Barbaro di Siderno; Francesco
Mazzitelli e Francesco Tumeo di Parghelia; Carlo Vigliani di Gioia Tauro;
Nicodemo Barra di Santa Sofia d’Epiro). Alle 22.03, il traghetto (6187
tonnellate di stazza, 4 motori entrobordo, 19 nodi di velocità massima, 131,5
metri di lunghezza e 20 metri di larghezza, 1490 passeggeri e 360 veicoli come
capacità di carico), in servizio di linea tra Livorno ed Olbia, mollò gli
ormeggi per la traversata. Alle 22.26, il marconista di bordo lanciò il “may
day”. I mezzi di soccorso individuarono il relitto alle 22.35, mentre dal
litorale livornese si vedevano strani bagliori al largo.
Quello che accadde in quella notte ed in quelle concitatissime drammatiche fasi fu oggetto delle più svariare interpretazioni ed ipotesi. Dai dati raccolti durante il processo emerse che il Moby Prince si era scontrato in mare con la petroliera Agip Abruzzo ad una velocità sostenuta e nell’urto il petrolio contenuto nella cisterna 7 (e precisamente l’Iranian Light Crude Oil, un tipo di greggio particolarmente infiammabile) aveva invaso il traghetto prendendo fuoco forse per una banale scintilla provocata nell’urto. E si scatenò l'inferno. Le fiamme avvolsero rapidamente e resero rovente tutto ciò che incontrarono e raggiunsero il punto più affollato, il salone Deluxe, dove furono poi ritrovate gran parte delle vittime, radunatesi come se si stessero preparando per scendere dalla nave in attesa dei soccorsi. Inimmaginabili e crudeli furono le scene orribili vissute a bordo da quelle povere vite spezzate per sempre. In tutti questi anni si è tanto discusso proprio sui soccorsi tardivi e passivi, sulle probabili cause della catastrofe, sui processi conclusisi con assoluzioni, su ipotetici scenari militari presenti nei pressi del disastro. L’unica cosa certa è che il ricordo di quella tragedia e di quei tristissimi momenti suscita ancora nella comunità di Pizzo tanta commozione. Una ferita ancora aperta che ha lasciato uno strascico intriso di amarezza e di dolore lungo ben 17 anni. In contemporanea alle odierne celebrazioni che si svolgono nella città di Livorno (che ha intitolato alle vittime una piazza cittadina), Pizzo commemora i suoi caduti con una funzione liturgica che verrà officiata, alle ore 19.00, nell’antica chiesa del Carmine. Una tragedia che a Pizzo non sarà mai dimenticata.
Giuseppe Cultrera,
giovedì 10 aprile 2008,